L’utero in affitto piace al tribunale

La quinta sezione del Tribunale penale di Milano ha assolto dal grave reato di alterazione di stato civile una coppia che, avendo comprato un neonato in Ucraina attraverso la pratica dell’utero in affitto, aveva tentato di attribuirselo al ritorno in Italia come se fosse nato direttamente dalla coppia (rimane in piedi un illecito veniale, regolabile con una contravvenzione, per aver dichiarato il falso al pubblico ufficiale all’ambasciata di Kiev).
27 FEB 14
Ultimo aggiornamento: 09:00 | 18 AGO 20
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La quinta sezione del Tribunale penale di Milano ha assolto dal grave reato di alterazione di stato civile una coppia che, avendo comprato un neonato in Ucraina attraverso la pratica dell’utero in affitto, aveva tentato di attribuirselo al ritorno in Italia come se fosse nato direttamente dalla coppia (rimane in piedi un illecito veniale, regolabile con una contravvenzione, per aver dichiarato il falso al pubblico ufficiale all’ambasciata di Kiev). La coppia non ha violato le leggi ucraine che consentono la maternità surrogata, dice il tribunale. Da ora in poi, quindi, chiunque voglia seguire la stessa procedura di acquisto di un figlio (ché di questo si tratta) potrà sentirsi giurisprudenzialmente confortato e autorizzato. Non è la prima volta che un tribunale italiano avalla in nome dell’ “interesse” del bambino quella pratica odiosa. Stavolta le motivazioni della sentenza parlano addirittura di un “diritto alla genitorialità” che autorizza la maternità surrogata se è quello l’unico modo per realizzarlo (a futura memoria per le coppie omosessuali maschili). L’Espresso, che annuncia trionfante la notizia, si spinge a giurare che la madre-incubatrice ucraina, “pagata per questo”, ha agito “in piena libertà”. Libertà, par di capire, per nulla condizionata dal bisogno economico della donna e comunque da dare per scontata, visto che tutto avviene a norma di legge ucraina (ma allora perché scandalizzarsi quando c’è chi vende altrettanto “liberamente” un rene?). Quello che i giudici milanesi e i loro aedi diversamente progressisti affermano, nemmeno tanto velatamente – senza contare che in altri tempi la carica di evidente sfruttamento contenuta nella pratica della gestazione per conto terzi avrebbe provocato reazioni di rifiuto e condanna da parte di chi pretende di richiamarsi alla difesa dei più deboli – è che il figlio è oggetto di un diritto ed è quindi un bene acquistabile attraverso l’affitto di una donna povera che si mette a disposizione per bisogno.
Incoraggiare uno dei commerci più lucrosi resi possibili dalla tecnoscienza che riduce la “genitoralità” a un listino di tariffe per ovociti, seme, utero affittato, non è esattamente quello che ci si sarebbe aspettati nella patria del diritto.